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domenica 12 ottobre 2008

NOI SIAMO QUI



di Piero Sansonetti - da Liberazione

Un bel sospiro di sollievo. E' stata una manifestazione grandissima. Molto più grande di quanto ci aspettavamo. Diciamo trecentomila persone, almeno due ore di corteo. Dopo la giornata di venerdì, con altrettanti studenti in piazza in decine di città italiane, ora abbiamo la certezza che l'opposizione non è morta, la protesta non è morta, la sinistra esiste ancora. Paolo Ferrero nei giorni scorsi ha adoperato questa espressione: «E' finita la ritirata». Vuol dire che si ricomincia, si torna all'attacco, si torna a far politica.
Qual è l'urgenza, qual è l'obiettivo? Quello di ricominciare a svolgere un ruolo di trasformazione, quello di impedire che il dilagare del berlusconismo porti alla fine del pensiero politico, alla fine del pluralismo, al dominio incontrastato di una classe dirigente che la destra è riuscita a ristrutturare e a ricompattare. E' una battaglia dura, complicata. Si tratta di rispondere a molte domande. Alcune delle quali venivano poste proprio ieri da Rossana Rossanda nell'editoriale de il Manifesto, e fondamentalmente sono riducibili a una sola: riuscirà la sinistra a non restare muta - o tutt'al più sorridente, ma priva di iniziativa - di fronte alla più formidabile crisi economico-politica e di sistema che il capitalismo abbia mai incontrato dal 1929 ad oggi?
Non si può naturalmente chiedere a un corteo, o a una manifestazione di piazza, di elaborare una nuova politica. Però nessuna politica è possibile se non si tiene su delle gambe «di popolo», su una spinta di massa. Questa spinta ieri c'era. C'era in un corteo che in alcune fasi sembrava persino un po' imbarazzato, un po' incerto su se stesso. Stupito di essere così grande dopo mesi di sconfitte terrificanti, a partire dalla frana elettorale, e stupito persino di essere unito, compatto, dopo un lungo periodo di lotte interne e lacerazioni.
Ma davvero il corteo era unito? Naturalmente aveva molte anime al suo interno. La più forte, la più visibile, era l'anima che chiede una identità sicura alla sinistra, l'anima fortemente «comunista». Però c'erano anche gli altri, molti altri, che invece credono che non si deve partire dalla propria identità, dal proprio passato, ma da una idea di futuro da mettere insieme e mettere a frutto. L'impressione ieri è stata che queste due anime ancora si scrutano con diffidenza, ma cominciano a pensare di poter lavorare insieme.

venerdì 3 ottobre 2008

L'ITALIA POTENTE CHE AMA IL RAZZISMO



di Piero Sansonetti - da Liberazione

Non sappiamo più come trattarle, queste notizie. Ogni giorno, ogni giorno: un ragazzo africano picchiato, un cinese, un arabo, magari ridotto in fin di vita, magari ucciso. Fino agli episodi estremi, come quello di Castelvolturno, dove sono stati massacrati sei neri, a raffiche di mitra, e il giorno dopo i giornali invece di parlare di strage razzista, di nazi-camorrismo, e invece di raccontarci le vite, le storie, le famiglie, le speranze e i dolori delle sei vittime (come avrebbero fatto in ogni caso se i ragazzi uccisi fossero stati bianchi) sono andati a scavare nel loro passato, a cercare di dimostrare che erano anche loro criminali, hanno parlato di regolamenti di conti, hanno infamato i morti: che schifezza!
Le notizie di ieri, se non ce ne sfugge qualcun'altra, sono due. La prima è l'aggressione contro un senegalese a Milano, da parte di due italiani con le mazze da baseball, la seconda è il pestaggio di un ragazzo cinese da parte di una gang di cinque o sei razzisti, a Roma, quartiere di Tor Bella Monaca. Noi stiamo abituandoci a questi episodi, che solo qualche anno fa erano isolatissimi, condannati da tutti, suscitavano sdegno. Il razzismo di massa nasce esattamente così: dall'abitudine, dal senso comune che finisce per considerare routine il pestaggio degli stranieri, la discriminazione, persino l'uccisione.
Ragioniamo un attimo sugli ultimi episodi. L'esecuzione di Abba, a Milano, e la strage di Castelvolturno. Come ha reagito il «vertice» della società italiana? Nel primo caso affannandosi a giurare che non era un omicidio razzista. Lo hanno fatto i giudici, lo hanno fatto i giornali, lo hanno fatto decine di leader politici. Nel secondo caso riducendo l'episodio ai minimi termini, inserendolo in una discussione dove veniva messo sotto accusa più l'eccesso di immigrazione clandestina che non l'efferatezza del delitto. Sarebbe come se dopo l'11 settembre qualcuno avesse detto: si certo, hanno fatto male i terroristi, però anche quei grattacieli così alti sono proprio fastidiosi...
In questo modo la stampa e quasi tutto il mondo politico si stanno assumendo la responsabilità della crescita del razzismo. Bisogna che noi reagiamo. Cominciamo da domani, andando in tantissimi alle manifestazioni di Roma, Caserta e Parma.